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Dal governo del “fard” al governo del “fare”, nel Paese dove non cambia mai niente

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L’attuale governo Letta è stato definito il governo del “fare”. Siamo passati, così, dal governo del “fard” e delle barzellette al governo nato dalla gran voglia di cambiare le cose, ma che ben poco in realtà poi ha fatto. Le questioni centrali dell’attuale Governo sono (o forse erano?) in primo luogo la riforma della legge elettorale, la riforma del bicameralismo e una prima controffensiva alla crisi così da ridare un po’ d’aria ai giovani e ai disoccupati. Nulla è stato minimamente avviato. Salvo che Letta non abbia una cesta piena di sorprese per le prossime settimane. Sicuramente non l’attuale: così come ha detto il premier domenica alle telecamere di Lucia Annunziata, dichiarando che “per il governo la settimana sarà una importante, ma non sarà decisiva”.
Nulla pare riuscire ad essere decisivo durante questi mesi: decisivo doveva essere il voto della svolta di febbraio, decisivo il voto del Presidente della Camera e del Senato, decisive le consultazioni di Bersani, l’elezione del Capo dello Stato. Decisiva era anche la sconfitta di Berlusconi, che ormai conta più condanne, processi e interdizioni di quanto probabilmente egli stesso prospettasse quando fece la sua brillante discesa in campo.
Ma in Italia il carattere della decisione proprio non ci appartiene: noi siamo più subdoli e banalmente machiavellici (poiché si deve salvare l’anima e il pensiero dell’autore del Principe) nel nostro ridicolo tentativo di fingerci un paese civilizzato. Certo, l’indignazione la provano tutti. Eppure c’è sempre un confratello che bara, fa il doppiogioco o si nasconde. Ed è proprio questo che la maggior parte degli italiani fa: si nasconde per lavarsi le mani lontano da occhi indiscreti. Eppure chi si dovrebbe incolpare? Forse i nonni, i padri (o chi altro?) per l’eredità culturale che hanno lasciato e che non permette di prendere decisioni lucide ma sempre vittime dello stomaco? Oppure gli attuali politici?
BERLUSCONI AL PROCESSO SMEEppure una cosa di vero e di giusto il governo Letta se l’era prefissata: ristrutturare le fondamenta per l’amministrazione politica e apportare riforme strutturali lì dove l’Italia si attiene ancora a normative superate dalle tecnologie e dai tempi, provando forti discrepanze con paesi a noi molto vicini eppure di due decadi più avanti sotto diversi aspetti. Le cose sarebbero probabilmente anche possibili se solo le redini del Governo non le avesse il Cavaliere, il cui unico interesse è palesemente riuscire a salvare il salvabile dei suoi affari, in una situazione ormai che rasenta il ridicolo e l’ignobile.
L’attuale Governo è più evidentemente una facciata, un timeout chiamato dal nostro Capo dello Stato anche verso i paesi dell’UE, ai quali sarà stato chiesto il tempo per risistemare le cose e ridare un assetto politico stabile ad un paese ormai in ginocchio e che si è piegato proprio nel momento decisivo – quale quello delle elezioni – cedendo alle lusinghe di demagoghi o inesperti della politica, oppure peggio: per un misero rimborso IMU. C’è da ricordare, infatti, che l’80% delle ricchezze in Italia sono possedute dal 10% della popolazione e che quindi solo i veri ricchi hanno avuto un effettivo vantaggio dal rimborso. Il resto della popolazione votante PdL (o più dichiaratamente Berlusconi, non nascondendosi dietro false ideologie inesistenti in un partito dove vige l’univoco rapporto servo-padrone) e che non rientra tutta in quel 10% di estrema ricchezza, ha ceduto anni preziosi per il recupero del nostro Paese per un paio di scarpe griffate o forse meno, un pacco di pasta. Ci si renda conto che qui non è una questione di idee. E nemmeno di barzellette o di sole parolacce come qualche inesperto della politica (eppure leader del primo partito italiano in ambito nazionale) ha creduto che fosse. La questione riguarda la corruzione insita in ogni piccola crepa e sfumatura della società civile italiana, del Parlamento e delle Istituzioni. E quando la corruzione s’impossessa di un popolo, quel popolo è – storicamente – pronto ad essere o sottomesso o cancellato per essere sostituito. Secondo le parole di Kant, la nostra condizione è quella di essere “civilizzati, sino all’eccesso, in ogni forma di cortesia e decoro sociale. Ma per ritenerci moralizzati ci manca ancora molto”. Il fatto è che anche il decoro ormai in noi è svanito.
È triste infine pensare che l’unica carta da giocare sia Matteo Renzi (così come ancora una volta Eugenio Scalfari ha scritto nel suo editoriale su la Repubblica domenica scorsa) il quale non è simpatico a molti ma è davvero l’unica alternativa – da ambo le parti – e l’unica voce che dica effettivamente qualcosa di diverso. Sia pure solo per il suo “sogno” di vedere in Italia due grandi partiti dalle ideologie stabili le cui dinamiche interne sono ben definite secondo uno statuto serio e semplice, ma entrambe dettate dalla lealtà verso le scelte del partito. Solo così forse si potrebbe riavviare un Paese ormai confuso e privo di alcuno stimolo, in cui non si sa mai chi vince, chi perde e per che cosa si è votato (all’infuori dalle promesse demagogiche). Un modello all’americana. Ma noi siamo italiani, il popolo delle “usanze e abitudini” più che dei “costumi” scriveva Leopardi. Il popolo dei vizi, che vive nel Paese delle finte apparenze: quelle reali sono finite, così come le idee, i valori e la grinta di reagire e non arrendersi.