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“I racconti dell’oltre”/3

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di Brando Improta

La pazzia. Cos’è la pazzia? Sicuramente qualcosa di molto irrazionale agli occhi dei più, ma perfettamente logico per l’individuo che se ne ritrova imprigionato. Come una carta mal messa che fa crollare l’intero castello, basta un piccolo avvenimento messo sulla cima della disperazione per far traboccare il vaso della ragione.
Ma se qualcuno cercasse di incanalare la propria pazzia in qualcosa che serva per il bene della comunità, quali sarebbero i risultati? Nel racconto che state per leggere, forse, ci sono le risposte.

“La buona strage”

Era bastato un piccolo incidente tornando a casa per consentirgli di saltare il fosso.
Sergio Raimondi, trent’anni appena compiuti, era sempre stato un uomo mite, insegnante precario di storia e geografia, ma nel giorno del suo compleanno aveva scoperto cosa significava implodere.
L’implosione è un’esplosione interna, uno scoppio che si avvolge su sé stesso, ma non per questo senza danni. Anzi. All’interno dell’organismo che l’ha causata qualcosa non tornerà mai più come prima.

Sergio sedeva sul suo divano preferito, quello che una volta era stato il comfort di tante giornate spossanti, che aveva custodito i suoi sogni da pisolino pomeridiano, e che ora era completamente squartato. Perché aveva fatto a pezzi il suo divano? Fondamentalmente era stato un semplice esercizio, doveva provare a sé stesso che stava impazzendo fino al punto di non ritorno. Quando si è sani di mente, quando la lucidità pervade le nostre mosse quotidiane, ci sono alcune azioni senza senso che il nostro inconscio non si sognerebbe nemmeno di farci compiere: rompere un bicchiere all’improvviso, urlare senza motivo quando si è soli, farsi del male senza motivo. E squartare a più non posso il proprio divano preferito.

Ora lo sapeva, ne era sicuro: stava impazzendo. E di lì a poco avrebbe fatto qualcosa di irrimediabile per far uscire quel fuoco che sentiva lo divorava dall’interno.
Era iniziato tutto con la splendida notizia che di lì a dieci giorni lo avrebbero rimpiazzato all’insegnamento: a quanto pare la promessa di un posto fisso era rimasta uno specchietto per le allodole; questo lo aveva portato ad essere scontroso ed insofferente, motivo per il quale, una settimana dopo, la sua ragazza, Eleonora, anch’essa insegnante della stessa scuola elementare, lo aveva lasciato; poi qualcuno aveva pensato bene di svuotargli il conto in banca clonando la sua carta di credito; dulcis in fundo, mentre era al commissariato, qualcuno gli aveva urtato l’automobile parcheggiata lasciando sopra una simpatica striscia che sembrava dire: “Ho deciso anch’io di infierire su di te”.
Dopo questa incredibile escalation di disgrazie l’interruttore era scattato, la mente ormai viaggiava da sola incontrollata: pensieri di odio, trame di vendetta e gioia nel pensare il male fisico del prossimo si alternavano allegramente nel suo cervello.
Cosa avrebbe fatto? Sicuramente si sarebbe tolto la vita, per chiudere con quell’inferno sulla terra. Ma non si sarebbe ucciso subito. Non prima di aver punito qualcuno per tutto ciò che gli era capitato nell’ultima settimana. Doveva scaricare la sua frustrazione su qualcun altro, doveva essere un’azione violenta e appagante.

La prima cosa che gli passò per la mente fu: vado da Eleonora e la pesto finché non vedo gli occhi schizzarle fuori dalle orbite. In fondo lei era una delle cause di quel rapido declino. Se gli fosse rimasta accanto, forse, avrebbe trovato uno spiraglio per far prendere aria al suo cervello malato.
Ma quel poco di razionalità rimasta lo fece ragionare: le voleva bene, o almeno gliene aveva voluto. E poi uccidere una sola persona non avrebbe placato la sua sete di vendetta nei confronti dell’umanità.
Pensò qualche secondo, poi la risposta arrivò da sola. Ci voleva una strage, una bella strage di una decina di persone. Anzi, una ventina.
Non voleva però essere uno dei soliti pazzi squinternati che fanno strage nei cinema o nelle università. Voleva che la sua strage fosse ricordata per qualche merito, non doveva perdersi nel mare di anonimi stermini compiuti da adolescenti brufolosi che compensavano con la violenza le loro carenze sessuali. La sua sarebbe stata una “buona” strage, avrebbe spezzato vite marce, in modo tale che la società non avrebbe potuto fare a meno di ricordarlo. Ma non come un pazzo, bensì come un eroe.

I-luoghi-della-follia2_CattaniDue ore dopo aveva scelto il suo obiettivo: uno dei tanti covi dei clan camorristici napoletani, segreti ma non introvabili con qualche piccolo sforzo e ricerca.
L’importante era muoversi nel giro di pochi giorni, perché quel fuoco che lo bruciava dall’interno divampava sempre più forte e poteva sfuggirgli completamente di mano da un momento all’altro.
Il primo passo fu procurarsi un’arma. Lo fece servendosi degli stessi canali criminali che aveva deciso di colpire. Il giorno dopo era in possesso di un mitragliatore Uzi, con tanto di cartucce – anche se sapeva che avrebbe avuto appena il tempo di spararne una raffica prima d’essere fermato.
Per comprarlo aveva venduto qualche elettrodomestico, altri ne vendette per ottenere le giuste informazioni, così da poter avere un indirizzo.
Un indirizzo dove si sarebbe concentrato tutto il suo furore.

Uscì di casa alle sei e mezzo del mattino. Decise di fare il tragitto che lo avrebbe portato verso il suo destino a piedi, respirando per l’ultima volta la brezza sprigionata dall’alba.
Mentre percorreva quel paio di chilometri che lo separavano dalla meta, pensava a come può essere improvviso un cambio mentale, una semplice moltiplicazione delle disgrazie quotidiane e la frittata era fatta. Mentre ragionava su questo la sua voce interiore cercava di spiegargli che non era così semplice con piccole domande che arrivavano come da un corpo estraneo: “E quella volta che prendesti a calci il tuo compagno di classe solo perché non voleva passarti il compito?” ma lui non rispose; “Non eri con Eleonora quando ti venne quella crisi isterica di riso perché il Napoli aveva perso la Coppa Italia o quando ti trovò a ritagliare quel maglione che non volevi mettesse perché troppo aderente? La verità è che hai sempre avuto una rotella fuori posto, ma stavi solo aspettando una scusa per poter liberare il male insito dentro di te”.
Forse era così, era sempre stato incline alla pazzia. Ma questo ormai non faceva più alcuna differenza, era giunto a destinazione.

Entrare nell’edificio fu sorprendentemente facile, bastò allungare una cento euro all’uomo che sorvegliava l’entrata. Appena imboccò il corridoio centrale del secondo piano, completamente deserto, estrasse l’Uzi dalla borsa a tracolla che portava e si fermò un attimo fuori dalla stanza, luogo della sua buona strage.
Prese fiato, si chiese se non fosse il caso di mettere apposto il mitragliatore e tornarsene a casa, ma la vocina interiore gli ricordò che erano anni che aspettava quel momento: il momento di poter impartire la sua lezione sulla vita a tutti gli abitanti del pianeta Terra.
Spalancò la porta con un calcio, vide davanti a sé almeno quindici rappresentanti della camorra in riunione, c’era addirittura quello che doveva essere un capo perché impartiva degli ordini.

Eleonora lo guardò prima sorpresa, poi terrorizzata.
Sergio guardò il capoclan terrorizzato e fece fuoco. Scaricò su di lui un intero caricatore, per poi sostituirlo rapidamente mentre già sentiva un allarme suonare.
I bambini guardarono l’uomo che aveva ammazzato la loro maestra. Non fecero in tempo a capire cosa stava accadendo, né tantomeno che di lì a poco avrebbe ammazzato anche loro.
Sergio puntò l’Uzi verso i camorristi e li fece fuori tutti, nessuno escluso. Per esserne sicuro fece due raffiche circolari su di loro. Poi svuotò il caricatore sparando verso il soffitto. Infine, prese la rincorsa, e si gettò dalla finestra andandosi ad ammazzare sul bel prato che circondava l’edificio.

Sergio Raimondi, trent’anni compiuti da poco, era sempre sembrato un uomo mite, insegnante precario di storia e geografia, ma un giorno entrò nella scuola elementare dalla quale era stato licenziato e dove ancora lavorava la sua ex fidanzata Eleonora. Uccise lei e quattordici bambini con tre violente raffiche di mitragliatrice.
La pazzia lo aveva accecato. Ero convinto davvero di essere diventato un eroe per aver sterminato un clan camorristico. Ma non aveva fatto altro che andare ad aggiungersi ad una lunga schiera di atroci quanto anonimi stermini.

“I racconti dell’oltre”/2

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