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Origine della morale e la sua giusta applicazione all’etica professionale

di Ferruccio De Prisco

Il fine delle creazioni umane, su cui poggia l’esistenza stessa della nostra società, della morale, della religione e della meno innovativa legge (perché comunque parzialmente presente negli altri gruppi animali ad uno stadio inferiore) è quello di permettere l’allontanamento degli uomini dallo stato bestiale in cui riversavano prima attraverso una serie di precetti scritti e non, convenzionalmente considerati giusti per il vivere civile. Non è eticamente corretto uccidere altri uomini, dal momento che questo minerebbe la così complessa società in cui viviamo. è però “corretto”, o quanto meno è ciò che viene fatto, uccidere altre forme di esseri viventi giustificando il nostro comportamento adducendo al concetto di catena alimentare, quasi come se riferito a noi, invece, si annullasse. Questa contraddizione è fondamentale per rispondere a chi si domanda se le norme morali possano essere leggi apriori al mondo stesso o formalità con scopo, posteriori addirittura all’uomo. Da quanto detto se ne deduce la risposta. E’ dunque asseribile che il sistema in cui viviamo si fonda su tre “costruzioni” della più potente delle “armi” presente tra tutti gli animali: l’intelligenza umana stessa, che avrebbe fatto sì che, con così tante specie esistenti, gli umani predominassero. La possibilità che un uomo possa essere spinto a quello che i suoi simili considerano riprovevole, sarà tanto più elevata quanto minori saranno i precetti religiosi e morali. Ciò che se ne deduce è che, in un calcolo delle probabilità, essendo un non credente meno vincolato a determinati precetti morali, la possibilità di compiere azioni riprovevoli sarà maggiore. Ovviamente, va ricordato che nonostante nella storia siano state fatte da religiosi azioni dall’assoluta efferatezza, per poter stilare un discorso oggettivo, non è possibile tener conto come in questo caso delle cattive interpretazioni umane delle varie discipline. Ora faremo un’altra e più audace osservazione: la morale deriva dalla religione, o almeno è inconfutabile che almeno una parte di essa lo faccia. Prima dell’avvento del Cristianesimo, però, era già presente una fiorente e civile, considerato il tempo e gli altri popoli allora esistenti, civiltà repubblicana romana. In tal caso, affermare che le religioni pagane abbiano contribuito notevolmente ad introdurre una forte moralità, come senza dubbio fece altresì il Cristianesimo in un secondo momento, sarebbe assolutamente falso. Come è possibile che la civiltà allora esistesse? L’altra metà dei precetti morali derivano dalla società stessa, dall’educazione impartitaci e dall’istruzione ricevuta. Nel corso dell’esistenza degli individui, ognuno riceve, a diversi livelli, le norme per vivere in una società civile secondo regole, al di là dei precetti religiosi.
Ci si potrebbe a questo punto chiedere cosa abbia allora innescato l’introduzione orale delle prime norme morali nei villaggi costruiti per scopi prettamente utilitaristici. Non è sicuramente possibile addurre all’istruzione o all’educazione che la società impone. Per esclusione, si pensa allora alla morale religiosa, quei pochi principi che i “fulmini” avevano scaturito nell’animo impaurito dell’uomo selvaggio ormai sulla strada della civilizzazione. Se però la civiltà si fondasse unicamente sulle due morali, nessuna legge sarebbe scritta e la società sarebbe costretta a fare affidamento sul buon senso umano per poter esistere. Poichè però gli uomini hanno continuamente reminiscenze ineliminabili del “mondo antico”, talvolta la natura animale si risveglia e la fiducia non basta più. Cosa fare allora? Formalizzare il tutto per iscritto e dar vita alle Costituzioni dei popoli. Il lavoro combinato della morale religiosa, di quella sociale e della legge scritta previene il manifestarsi della reale natura dell’animale uomo, che pare potersi osservare e studiare affondo nei periodi anarchici della storia dei popoli. C’è poi un’ulteriore tecnica per fermare la natura umana. Questa è utilizzata solo da alcune popolazioni e si fonda sul “terrore psicologico” che l’individuo prova all’idea della cessione delle funzioni vitali: la pena di morte. Nella società così come la conosciamo, si vengono a formare le professioni che permettono il mantenimento individuale e dei branchi familiari all’interno delle normi tribù nazionali. Nell’ambito delle professioni, gli uomini hanno un vizio: concentrare il loro fine sull’individuo e non su ciò che professano. Esiste una profonda contraddizione nel voler divenire medico per curare, il voler far legge per risolvere controversie o l’insegnare per far apprendere. Sarebbe grossolana contraddizione il voler curare quando il mestiere del dottore nasce proprio dall’esistenza stessa dell’ammalato. Questo ragionamento è estensibile a tutte le classi di lavoro. Poiché la morale per sua stessa natura non può concepire una tale stranezza, diremo che è fallace il concepire l’etica del lavoro come se fosse connessa all’individuo visto finalisticamente. L’individuo è scopo secondario e ciò che viene prima di tutto è il dovere per ciò che si professa.