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Prostituzione legalizzata in Italia? Chiedetelo a mafia e Chiesa

Quartiere a luci rosse di Amsterdam

di Giulia Battinelli

Dalle canzoni di Vasco ai programmi televisivi fino agli enormi manifesti pubblicitari posti per strada sotto occhi indiscreti di qualunque età, il sesso non è più un tabù. Ad approfittare di questo, numerose aziende di tutto il mondo che fanno uso di immagini a sfondo sessuale o contenenti nudità – parziali o complete – per le pubblicità di prodotti molto spesso per niente riguardanti la sfera sessuale: di qui il detto “il sesso vende”. Non vende però solo in spot televisivi o siti web, ma vende sulle numerose strade del nostro Paese, dove lo sfruttamento di migliaia di donne, adulte e in alcuni casi anche minorenni – la stima parla di un numero complessivo compreso tra 50 mila e 70 mila persone, di cui 25 mila sarebbero immigrate – ha da sfondo i colori tetri di un inferno dantesco che è quello di tutti i giorni, l’inferno della loro quotidianità. In questo quadro, il fatturato annuo della prostituzione si aggirerebbe dai 16 ai 26 miliardi di euro. Un problema, quindi, non di pochi numeri né di esile tragicità, un problema davanti al quale non si possono chiudere gli occhi. L’Europa non sempre li chiude, ma il trattamento legale della prostituzione varia da Paese a Paese. In generale l’atto del prostituirsi è più o meno accettato in alcuni paesi dell’Europa Occidentale, categoricamente negato nella maggioranza di quelli dell’Europa Orientale.

Paesi come Albania, Croazia, Romania, Russia dicono un “no” secco alla prostituzione, vietata ed anche soggetta allo sconto di pene pecuniarie o detentive. Altra la linea adottata dai sette Paesi regolamentaristi sulla questione: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svizzera, Lettonia, Ungheria e Grecia. Diverso, invece, è il caso dell’Italia – e con lei Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Città del Vaticano – in cui l’atto del prostituirsi non è soggetto a pena, ma lo sono tutta una serie di altri comportamenti collaterali, come il favoreggiamento, l’induzione, lo sfruttamento.

Una prostituta tedesca o olandese è una lavoratrice a tutti gli effetti: paga le tasse, è sindacalizzata ed ha persino la possibilità di denunciare comportamenti dei propri clienti ritenuti ai limiti del possibile. Una prostituta italiana lavora a nero, è sfruttata da cartelli criminali e non ha garanzie di alcun tipo, prima tra tutte quella di ribellarsi a soprusi o denunciare atti illegali. E’ vittima della criminalità, ma anche del suo stesso Paese, che chiude gli occhi davanti al problema, riducendo il mercato nero della prostituzione allo stesso livello del mercato nero delle droghe, come se il corpo di un uomo valesse quanto una pillola. Questo fa forse pensare che lo Stato non voglia o non possa mettere fine a questa peste del Paese. I suoi nemici: mafia e opinione pubblica. In Italia questo è un territorio di nessuno. E quando qualcosa è di nessuno, la mafia ci mette poco a prendersela. L’opinione pubblica poi, per conto suo, fa da padrona da sempre nel nostro Paese, in cui contano più parole solenni quanto false che azioni semplici e decisive. La legge non accetta sfruttamento e induzione, eppure lo sforzo per eliminare questi fenomeni sembra davvero esiguo. La legge della signora Tivvù non accetta che in Italia si legalizzino attività di questo genere, e intanto capi di governo e politici di ogni partito fanno del loro un comportamento paradigmatico per la nazione, seminando scandali sessuali come in una piantagione. Ancora una volta in Italia sono le parole a contare e non i fatti. Dire “no” alla prostituzione per ammutolire gli animi bollenti di mafia e Chiesa e accettare il termine “escort”, non italiano e che dà una veste elegante alla cruda realtà, è solo uno dei compromessi raggiunti all’insegna dell’ipocrisia e della viltà.