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12. Zachary Taylor, l’eroe di guerra

Zachary Taylor, whig (presidente dal 1849 al 1850)

di Gianmarco Botti

“Ho sempre fatto il mio dovere e sono pronto a morire.
Il mio unico rimpianto è per gli amici che devo lasciare”

“La guerra di Mister Polk” fu in realtà la guerra di “Mister Taylor”: anche se il presidente fece di tutto per apparire come l’unico artefice dell’eccezionale vittoria che gli americani ottennero sul Messico nel 1848, agli occhi della gente era il generale Zachary Taylor, comandante in capo delle truppe americane, il vero eroe della nazione. Le sue stupefacenti vittorie, come quella di Buena Vista in cui il generale riuscì a respingere un esercito tre volte più grande del proprio, ricoprirono di gloria questo militare abile e spregiudicato e gli offrirono un trampolino di lancio per la politica nazionale. Alle elezioni del 1848 i whigs puntarono tutto su Taylor e le sue eroiche imprese, cercando di nascondere sotto l’aura mitica del suo nome la totale mancanza di un programma politico. In effetti lo stesso Taylor, uomo rude e poco istruito, formatosi nelle file dell’esercito, non aveva alcuna preparazione politica, né poteva vantare precedenti esperienze di governo. Tutto ciò dava ragione dei dubbi di molti sulla sua capacità di ricoprire la prima carica dello stato. I suoi detrattori, e in particolare i politici whig che gli avevano conteso la nomination, commentarono ironicamente che anche loro avrebbero volentieri ammazzato qualche messicano se questo era il requisito necessario per essere candidati. Tuttavia il vecchio generale poteva contare su vasti consensi a Sud, dove era apprezzato per le sue proprietà schiavistiche in Louisiana, come a Nord, dove il servizio quarantennale reso alla nazione gli aveva conquistato una stima diffusa. Seppur di stretta misura, Taylor ottenne la vittoria e divenne il nuovo presidente degli Stati Uniti. Il suo insediamento ebbe luogo in un frangente difficile, in quella metà d’Ottocento che in Europa segnò l’apice delle rivoluzioni, ma che anche in terra americana non fu priva di conflittualità: si apriva in quel momento la stagione della “caccia all’oro” e delle migrazioni oceaniche verso la California, la terra promessa in cui orde di americani e di immigrati speravano di trovare insieme al prezioso metallo il benessere e la felicità. Uno spostamento di popolazioni così massiccio comportò innumerevoli scontri e mise a rischio la sicurezza nazionale, ma soprattutto puntò i riflettori, ancora una volta, sulla questione territoriale: la California, come anche il New Mexico, da poco conquistati nella guerra messicana, non avevano ancora fatto il loro ingresso ufficiale nell’Unione, non erano ancora “states”. Lo scarso intuito politico di Taylor lo portò a cercare di aggirare la questione incoraggiando California e New Mexico a darsi delle costituzioni e a chiedere autonomamente di essere annessi agli USA come stati. Ma a dispetto delle apparenze la scelta “pilatesca” del presidente era pur sempre una scelta di campo e tale si rivelò: entrambi i territori stilarono costituzioni che vietavano lo schiavismo e chiesero immediatamente l’annessione. Tutto ciò provocò lo sdegno del Sud, che vedeva nella decisione del presidente e nell’ammissione di due stati liberi nell’Unione un pericoloso rischio per gli equilibri nazionali: fino ad allora fra stati liberi e stati schiavisti si era mantenuta la parità, quindici contro quindici. Ora la possibilità che si venisse a formare una maggioranza nordista, capace coi propri voti di approvare un emendamento costituzionale che dichiarasse illegale la schiavitù a livello federale, sembrava farsi concreta. Fu così che nel 1849 in South Carolina e Mississipi si cominciò a parlare di secessione e prese piede un movimento che poneva la questione in termini molto decisi. Ormai il sasso era stato lanciato e la lunga corsa verso la Guerra Civile non poteva più essere fermata. Ci provarono alcuni rappresentanti del parlamento che, nel tentativo di salvare l’unità della nazione, proposero un compromesso per riequilibrare il rapporto fra le parti. Ma Taylor non ne volle sapere e rimase ostinatamente aggrappato al suo progetto di trasformazione dei territori in stati. A sbloccare la situazione sarebbe arrivata la sua morte, sopraggiunta improvvisamente il 9 luglio 1850, a poco più di un anno dal suo insediamento. Per lungo tempo si è pensato che il presidente Taylor fosse stato avvelenato. Solo una perizia condotta sui suoi resti nel 1990 ha fugato ogni dubbio e attribuito la causa del decesso ad un’intossicazione alimentare.