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“L’ultimo degli alleati” – Capitolo 1 ‘La promessa’

di Brando Improta

È stata una serata divertente. Siamo tutti di ritorno dal “Mangiafuoco”, un ristorante brasiliano dove ci hanno riempito di carne e dove ci siamo esaltati nel vedere ballare due brasiliane niente male. Siamo il solito gruppo, non proprio al completo, ma è la formazione ufficiale per la maggior parte, ed è l’occasione giusta per presentarvi un po’ di personaggi. C’è Strato, con la sua camminata ondeggiante che ricorda il pinguino di Batman, sarà alto sul metro e settanta, o forse qualche centimetro in meno, grassottello, pizzetto curato e iPad nella mano con le dita che scorrono freneticamente su ogni tipo di applicazione. Lui lo conosco da sei anni ormai. Inizialmente era un semplice volto di quelli che riconosci e saluti puntualmente al mattino nell’autobus che ti sta portando a scuola, poi è diventato un elemento importante fra le mie amicizie. Poi c’è Paolo. Lui lo conosco solo da un paio di anni, però è ugualmente un caro amico. Un po’ con la testa fra le nuvole, o meglio questa è l’idea che mi sono sempre fatto di lui. Stasera mi ha stupito mettendosi a ballare con una delle brasiliane, evidentemente coinvolto dalla loro simpatia… si chiamiamola simpatia. È sul metro e ottanta, più longilineo di Strato ma ne condivide il pizzetto, ha un naso importante (potrei dire che è l’astuccio del mio, ugualmente grande) corredato da un paio di occhiali con montatura inesistente. Guido e Vito camminano leggermente più indietreggiati, parlottano tra loro. Loro sono quelli che conosco da più tempo, esattamente quindici anni per Vito e semplicemente tutta una vita per Guido. Sono entrambi molto alti, Guido è buono, forse una delle persone più buone che abbia mai conosciuto in vita mia, si è sempre preso cura di me come un fratello maggiore (ed è infatti più grande di quasi due anni) e so che sempre lo farà. Vito invece è il più volgare del gruppo, la sua esclamazione più frequente (usata per ogni occasione: rabbia, paura, stupore, allegria, euforia) è “cazzo in culo”, con lui condivido una sana passione per il cinema, che ci porta a confrontarci sia su quello che vediamo sia sui film che amatorialmente giriamo tutti insieme. Poi ci sono i più piccoli fra noi ragazzi (più grandi solo di Paolo, che ha ancora 17 anni): Michelino e Daniele. Il primo lo conosco da buoni cinque anni, all’inizio era anche lui un compagno di viaggi casa-scuola e viceversa, parlavamo sempre e soltanto dei film di James Bond (lui è un vero fan sfegatato della serie) poi con il tempo ci siamo conosciuti meglio e siamo diventati molto amici. Alla sua festa di 18 anni gli ho regalato un pene interamente intagliato nel legno di ben 50 cm, è un segno di affetto da parte mia per un amico che è sempre al mio fianco. Daniele invece l’ho conosciuto al liceo, è stato mio fedele compagno di classe per tre anni (prima che io fossi bocciato e poi letteralmente cacciato dal liceo classico Umberto I di Napoli) e ancora oggi è uno dei miei più assidui frequentatori, vuole diventare un calciatore, e in effetti è bravino, ha un’altezza media e un po’ di zeppola nella lingua quando parla, avrà un ruolo importante in questa storia, perché si troverà (insieme ad altri) a dover fronteggiare per due volte una stessa situazione di instabilità nel mio carattere.

Poi ci sono le ragazze. Loro le conosco tutte da due anni, sono arrivate tutte insieme, e con il tempo sono diventate come sorelle, anche se nella mia testa c’è la convinzione che un uomo e una donna non possono essere amici, senza che prima o poi, anche solo per un momento, uno dei due provi un interesse diverso, comunque vado a presentarvele. Alice, sorella del mio grande amico Fabrizio e che da un po’ di tempo a questa parte chiamo “olezza”, è quella che apparentemente sembra più stupida, in realtà è molto intelligente, è piacevole parlare con lei di qualsiasi cosa. Con lei ho parlato della mia ultima delusione d’amore, e forse con lei mi troverò a parlare della prossima, poi non capisco perché la maggior parte dei miei amici ha avuto o sta avendo una cotta per lei, è una costante che vorrei riuscire a spiegarmi. Ludovica, soprannominata “la morte” per il suo viso sempre pallido anche sotto il sole cocente d’agosto, è un’altra brava persona. Parlo spesso anche con lei, non vede l’ora che io abbia dei figli per metterli a lavorare nelle miniere (non so cosa voglia dire questa cosa, ma potete chiederlo a lei) ed è per me come una sorella anch’essa. Ci sopporta spesso a casa sua tutti in branco senza battere ciglio e un paio di volte ci ha accolti anche a dormire. Ginevra, soprannominata “secca” per la sua magrezza, è indubbiamente la più simpatica, ma anche la più scostante, se la prendi nella giornata della luna storta è capace di darti una risposta acida anche solo se le chiedi l’ora, ma nelle giornate buone è molto sorridente, solare e disponibile. Anche lei ci accoglie spesso a casa sua e frequentemente in piena notte, dopo che si sta tornando da qualche ristorante o da un cinema. Infine c’è Francesca. L’ho conosciuta due anni fa come fidanzata del mio migliore amico Eugenio, e ora che si sono lasciati è rimasta una mia grande amica, forse la più speciale. Abbiamo avuto frequenti litigi, alcuni anche piuttosto violenti sul piano verbale, ma alla fine le voglio bene ed è proprio qui il problema.

Eugenio, compagno di mille avventure che vidi addirittura in lacrime quando fui bocciato e costretto ad andarmene dalla nostra classe, è sempre stato il mio migliore amico, credo di non averglielo mai detto e che lui non l’abbia mai detto a me, ma non ne sentivamo il bisogno. Fare tante cose a parole è inutile quando attraverso gesti, anche piccoli, si è sempre a disposizione l’uno per l’altro. Qualche mese fa è partito per Milano, è andato a studiare alla Bocconi, e in pochi sanno quanto dolore ho provato nel vederlo andare via. Eravamo sempre noi due ad organizzare ogni singola serata del gruppo, e adesso mi ritrovavo improvvisamente solo. Prima di partire, eravamo nel settembre del 2009, mi chiese di fargli una promessa. Ci vedemmo un pomeriggio a casa sua e, mentre si scherzava, improvvisamente mi disse seriamente: “Io ora parto tra qualche giorno, mi raccomando guardami Francesca che di te mi fido”, “Cosa vuoi dire ?”, “Insomma, promettimi che anche se vado via io voi la tratterete sempre bene e la farete sempre sentire parte del vostro gruppo, lei ci tiene davvero”. Non si rifiuta mai una promessa al tuo più grande amico, soprattutto una cosa così scontata e ovvia. Dissi di sì, che non si doveva preoccupare, che l’avremmo trattata come una regina, poi però aggiunse: “Di contro fammi un’altra promessa…”, “Dimm tutto, lo sai su di me puoi contare”, “Se un giorno io e Francesca ci dovessimo lasciare, se capitasse un litigio fra noi e la nostra storia dovesse finire, promettimi che resterai comunque e principalmente amico mio!”.
Rukjo
Eravamo arrivati fuori la nostra gelateria preferita, la maggior parte delle nostre serate amene, a base di scherzi e volgarità assortite, si concludevano là. Francesca aveva bevuto molto e mangiato anche di più, e le due cose difficilmente si conciliano bene per lo stomaco, soprattutto quando il cibo in questione è carne unta e bisunta. Si appoggiò ad un muretto, chiaramente tormentata dalle cose che aveva mangiato e bevuto durante la serata. Io, che ormai riconosco a prima vista qualcuno che sta per rimettere dopo un po’ d’alcool in più, mi avvicinai a lei e le dissi: “Tutto bene ? Vuoi andare a casa ?”, “No!” fu la risposta secca “Non voglio andare a casa sto bene”, poi arrivarono i conati, tutti i nostri amici si allontanarono un po’ impressionati e anche leggermente schifati, tutti tranne me. Le cinsi la schiena con un braccio e le appoggiai una mano sulla fronte e… e mi vomitò sulle scarpe. Continuò a cacciare fuori la causa del suo male, e la maggior parte finì sulle mie povere Adidas, ma non mi spostai, rimasi lì accanto a lei.
Si era lasciata da un paio di mesi con Eugenio, la prima parte della promessa l’avevo mantenuta: ogni volta che aveva voglia di parlare veniva sotto casa mia a fumarsi una sigaretta e la coinvolgevo quanto più possibile, poi quando si era trattato di mantenere la seconda parte di quel patto d’amicizia, cioè allentare i legami fra me e lei, non ci ero riuscito, anzi ora ero lì a consolarla mentre si sentiva male. Lì per lì pensai: cosa ci può essere di sbagliato ? Eugenio è a Milano, quando lui non c’è, Francesca sta con noi, e quando capita la sua visita mensile ai suoi vecchi amici si può fare lei da parte per una sera. Per un po’ le cose funzionarono perfettamente, poi ho voluto esagerare, ho preteso di cercare una diversa stabilità all’interno di una situazione che non doveva essere mia, ho pensato spesso che tutto quello che è successo in seguito fosse una naturale conseguenza, e non è detto che non lo fosse ma asono sicuro che io avrei potuto impedire il succedersi degli eventi. C’è una cosa che bisogna sempre riconoscere a sé stessi, presto o tardi che sia, ci si deve guardare allo specchio e dirsi: “Quello che è successo è solo colpa mia”.