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“Julieta”: il ritorno di Almodòvar al melodramma puro

julieta-poster-italianodi Marco Chiappetta

TRAMA: La matura Julieta (Emma Suàrez), in procinto di partire per il Portogallo col suo compagno Lorenzo (Dario Grandinetti), viene a sapere fortuitamente che sua figlia Antìa, di cui non sa più nulla da dodici anni, vive in Svizzera. Decisa a restare a Madrid, si trasferisce nel palazzo dove aveva vissuto con lei e rievoca, in un diario, la sua storia: da quando giovane (Adriana Ugarte) incontrò su un treno il fascinoso pescatore Xoan (Daniel Grao), con cui andò a vivere in Galizia e con cui ebbe Antìa, finché un tragico evento le portò a Madrid e a una separazione dolorosa diventata, nel corso degli anni, motivo di ossessione e follia per la donna.
GIUDIZIO: Liberamente tratto da alcuni racconti di Alice Munro, ambientati però in Canada, il ventesimo film di Pedro Almodòvar marca il suo ritorno al melodramma puro, benché, rispetto ai suoi precedenti lavori, sia sprovvisto di qualsiasi lazzo provocatorio, ironico o trasgressivo. È anzi un melodramma secco e solido, mai freddo ma assai dolente, costruito e raccontato con gli abituali flashback che si intersecano al presente, con motivi, atmosfere e musiche (Alberto Iglesias) quasi hitchcockiane per come creano la suspense e fomentano l’intrigo, con esempi lampanti come la sequenza del treno o il personaggio della governante Rossy De Palma che sembra uscito da “Rebecca la prima moglie”. In questo senso il melodramma vira verso un thriller, ma si può obiettare che il twist che spiega e risolve l’intreccio sia forse troppo debole in confronto alle altisonanti premesse e che, vizio di forma, il regista spagnolo calchi gli eventi tragici con un che di artificioso e ostentatamente fatalista, quasi come in un mélo di Douglas Sirk. Se quindi il ruolo del destino, qui preponderante, risulta meno travolgente che nei suoi capolavori (su tutti “Tutto su mia madre” e “Parla con lei”), il ritratto di donna, diviso tra due attrici diverse emotivamente e fisicamente, è sentito e tratteggiato con enorme affetto. Alcune immagini (l’apparizione del cervo sulla neve, le ceneri in acqua, il passaggio di Julieta da ragazza a donna attraverso un asciugamano) sono di una poesia impressionante. Il ritmo del film, la sua passione (nel senso di sofferenza), il suo lavoro sul tema del ricordo e dell’ossessione sono puro dna almodovariano. Forse anche troppo, tanto da sembrare un film auto-manierista, un film di Almodòvar alla Almodòvar. Ma avercene!
VOTO: 3,5/5