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Sulle tracce di “Storie e Leggende Napoletane” di Benedetto Croce – Lucrezia d’Alagno

Lucrezia

di Stefano Santos

Il Maschio Angioino, con il suo emergere monolitico su Piazza Municipio e il porto di Napoli, è probabilmente uno dei monumenti più appariscenti e iconici della città, ideale punto di partenza di ogni turista, e dei bus rossi del City Sightseeing. Voluto originariamente da Carlo I d’Angio per segnare la vittoria finale sugli Svevi e il trasferimento della capitale da Palermo a Napoli, assume la sua forma attuale con la vittoria sugli angioini della successiva dinastia di dominatori della capitale del Mezzogiorno. E’ infatti Alfonso I d’Aragona, nel 1443, a introdurre la forma cilindrica delle torri, più adatte a sostenere i colpi di cannone che dominano i campi di battaglia, e l’Arco di Trionfo incastonato tra le Torri di Mezzo e di Guardia.

E’ da questo contributo napoletano al Rinascimento italiano, opera di Francesco Laurana e un ‘collettivo’ di artisti di varia provenienza, che la storia incomincia. Più precisamente da un dettaglio dei rilievi dell’arco inferiore, che ritraggono il trionfo di Alfonso che entra in città, trasportato come un imperatore romano, circondato da dignitari e da bande di musicanti. Un corteo completamente composto da uomini, se non fosse per una figura femminile, che emerge a destra del corte, dalla veste lunga.

Contemporaneamente, i documenti della corte aragonese raccontano che attorno al 1448 il Re prese l’abitudine di frequentare un villaggio alle falde del Vesuvio, chiamato “Torre Ottava” per la presenza di una torre che difendeva il luogo e in seguito “Torre del Greco”. Esso divenne una sorta di corte alternativa, in cui i diplomatici e i forestieri in transito si dirigevano per chiedere udienza al sovrano, assieme a i luoghi di villeggiatura a Baia e a Pozzuoli. Si legge anche che nel frattempo Alfonso dava sempre più incarichi agli esponenti della famiglia degli Alagno, il cui capofamiglia Cola era capitano della Torre della Nunziata e possedeva delle terre a Torre del Greco.

Per questa famiglia nobile originaria di Amalfi in decadenza (al punto di essere stata chiamata come ‘povera’) questa nuova fortuna fu dovuta all’influsso di uno dei membri più giovani, che nel 1448 compiva 18 anni, Lucrezia. Una donna nel pieno della sua giovinezza, descritta come perspicace d’intelletto, un carattere risoluto e un’eloquenza da diplomatica, che riuscì a conquistare l’amore di un re che con i suoi cinquantaquattro anni si avvicinava alla vecchiaia, da trent’anni separato di fatto dalla moglie Maria di Castiglia rimasta a governare in Spagna.

Questa relazione comunque non aveva un carattere segreto, fatta di pettegolezzi e movimenti sotterranei. Nei comportamenti sia del re, della corte, del principe ereditario Ferrante e dei sovrani forestieri, il ruolo assunto dalla ragazza era a tutti gli effetti quella di una consorte. Il re infatti soleva allestire un largo seguito, sotto la vista di tutti, quando da Napoli si recava a Torre del Greco per andare incontro a Lucrezia, dedicarle banchetti e feste in giro per la città. La giovane donna divenne pure la musa dei poeti che frequentavano la corte aragonese:

Chi vol videre in terra paradiso,
la gloria e la felice vita eterna,
riguardi pur a quell’angelico riso:
l’airo se allegra e l’uccelletto verna.
Quando fora esec, fa sì adorno viso,
che chi l’ascolta è gloria superna.
Digna è questa perla
esser signora de l’antica Grecia:
non so se dico Dea over Lucrecia;

Quando nel 1452 vennero in visita Federico III e sua moglie Eleonora di Portogallo, una nipote di Alfonso, mostrarono vivissimo desiderio di conoscere madama Lucrezia, tanta era divenuta la sua fama. Ella fu la prima ad accogliere Ferrante dalla sua prima impresa militare, a capo della folla in festa. Il Re le regalò il Terrazzo degli ulivi del Castello Aragonese d’Ischia. E’ naturale che in questo contesto una persona del temperamento della giovane popolana maturasse in sé l’ambizione di salire al trono di Napoli, rafforzata nel suo convincimento dal crescita in potere della sua famiglia, la nuova ricchezza immobiliare, la certezza di avere Alfonso dalla sua parte. L’elezione al soglio pontificio di Callisto III, Alfonso Borgia, cortigiano di re Alfonso ma soprattutto imparentato con Lucrezia, non fece altro che aumentare la sua ambizione e la speranza che il Re si decidesse a separarsi da Maria. Ella riuscì infatti a convincere il sovrano a mandarla a Roma per cercare udienza presso il Papa per trovare degli accorgimenti per arrivare al divorzio, con un corteo sontuoso e una generoso finanziamento. Accolta con sfarzo dal pontefice, nonostante il bisasimo di cardinali più severi, fu tuttavia sorpresa dalla sua inflessibilità nel discutere la questione, facilmente spiegabile dalla gratitudine che aveva verso la regina Maria, con il merito di averlo sponsorizzato fino al soglio.

L’episodio accadde nella seconda metà del 1457. L’anno successivo fu denso di eventi, segnando una svolta definitiva nella vita della donna, che in quel momento si avvicinava ai trent’anni. La delusione portata dal colloquio con il Papa scemò un poco dando spazio a un barlume di speranza alla notizia della malattia della regina che si diceva prossima alla morte. Tuttavia la fortuna questa volta non assistette la giovane donna. La regina fu infatti anticipata del re, che morì nel giugno del 1458 a sessantaquattro anni.

Il dolore della notizia indusse Lucrezia a pararsi come una vedova, che nel frattempo aveva ricevuto la conferma dal nuovo re Ferrante che sarebbero rimasti i suoi privilegi, e accarezzare l’idea di ritirarsi in convento presso il monastero in Santa Chiara. Le sue velleità ascetiche vennero spente dalla superbia che quegli anni di unione di fatto avevano creato in lei, che si trasformava in ostilità verso il nuovo re che minacciava i suoi possedimenti. Dopo una prima speranza nella rivalsa degli Angiò contro Ferrante, in cui la donna sostenne di faccia il secondo con beni e gioielli, il contrasto si trasformò in lotta aperta, che senza il sostegno decisivo del defunto Alfonso, non poteva che essere sfavorevole a Lucrezia, che fu costretta all’esilio e alla caduta della famiglia degli Alagno.

Dopo una peregrinazione presso la Repubblica Veneta e Ravenna, riparò alla fine a Roma, dove morì nel 1479 e fu sepolta nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva vicino al Pantheon.

Oggi sia la tomba che la lapide sono sparite. L’unico vestigio rimasto è una statua, che il popolo romano chiama quello di “Madama Lucrezia”, un busto femminile all’angolo di Palazzo Venezia e la chiesa di San Marco.